Dall’Africa con Recobot

Evelyn è nata nel Ghana e nel 1993, quando è arrivata in Italia, ha portato nella sua valigia elementi della sua terra. Oggi, tutto quel patrimonio di artigianato e credenze l’ha messo in pratica in un marchio tutto suo, Recobot. Sentite un pò…

Nelle sue creazioni si sente il sapore dell’Africa. Cosa l’ ha spinta a 
 proporre i suoi abiti qui in Europa?
R: Sin da quando sono arrivata a Roma nel 1993 avevo portato con me elementi della mia terra: piccole cose create con la tecnica del tie&die e alcuni quadri, volevo capire come erano viste le nostre cose in Italia e nonostante avessi capito immediatamente che non erano apprezzate ho comunque iniziato a produrre realizzando prodotti che unissero elementi delle due culture. Questo è il mio scopo: rappresentare negli abiti la fusione che io stessa rappresento. Con gli abiti è facile… su linee europee applico stoffe e forme africane, senza snaturare né gli uni né gli altri, si tratta di convivenza, fusione, non di trasformazione verso uno o l’altro mondo, per questo ho deciso di proporre i miei abiti in Europa: per mostrare che l’incontro è possibile e che il risultato può creare armonia e bellezza.

Il suo fin dall’inizio è stato un lavoro sartoriale. Quanto conta oggi 
 la sartorialità in una moda sempre più fast?
R: Per poter parlare di lavoro sartoriale si deve guardare nell’Alta Moda, nella cosiddetta fascia “medio-alta”, purtroppo per il resto sta scomparendo l’attenzione alla qualità. Anche se Recobot continua a lavorare secondo i tradizionali dettami della sartoria la gente è poco attenta alla qualità, qualità per la quale molti hanno lottato cercando di sottolinearne il valore aggiunto. Recobot, seppure con difficoltà continua a farne una delle peculiarità delle sue creazioni!

Come definirebbe la donna Recobot?
R: Non mi piace l’idea che la donna possa essere identificata con un marchio, semmai direi che le donne permettono di dare un’identità a Recobot…Recobot crea abbigliamento per le donne!

Cosa non deve mai mancare in una donna Recobot?
R: Anche in questo caso posso dirvi cosa non farò mai mancare nelle collezioni Recobot: i colori e le riflessioni su ogni creazione, il nome e una storia.

Qual è l’abito che più è nelle sue corde?
R: Mi piacerebbe realizzare solo abiti aderenti, abiti che permettano di vedere la figura femminile esaltandola. Forse perché in Africa, fino a qualche anno fa, si aveva l’abitudine di realizzare abiti più grandi rispetto alla propria taglia per far in modo che qualora si ingrassasse l’abito poteva comunque essere indossato…era un modo per “fare economia”. Per questo se dovessi lavorare per pura passione sceglierei senza dubbio di realizzare solo abiti aderenti e forse non realizzerei pantaloni.
Nelle sue creazioni non mancano mai i colori. Indossare colori vuol 
 dire…
R: Indossare colori vuol dire gioia e sicurezza…se non sei sicuro di te stesso, vai sul sicuro: scegli il grigio!

Tra i suoi progetti futuri c’è…

R: Più che di progetti potrei parlare di un augurio: mi auguro che un giorno intorno a Recobot si possano unire tanti africani, perché insieme possiamo essere Recobot, in fondo è questo che significa il nome che ho scelto per il brand “spazio libero” (Genesi 26:22; dove si può vivere pacificamente).

Se dico Recobot dico…
R: Se dici Recobot dici eleganza, leggerezza, delicatezza e soprattutto colore e forza!

Il motto di Recobot…
R: Credo che il mondo non ami la verità…per questo scelgo di non dirvelo!

Categories: fashion hunter, interviste.

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