Jo No Fui… continua a sbancare

Fin da piccola gironzolava tra i negozi d’abbigliamento dei genitori. E di quella bimba che era un tempo l’è rimasta la voce, dolce e mite, anche se ora è una donna, di quelle “self-made-woman”: sono passati oltre dieci anni da quando la riminese Alessia Giacobino, stilista e fondatrice del marchio Jo No Fui, appena ventisettenne, mise sù la prima mini-collezione, dai pantaloni dipinti alle camice vintage. In poco tempo, la verve creativa della Giacobino ha catalizzato l’attenzione delle passerelle milanesi e non solo, tant’è che il suo marchio viaggia forte anche all’estero. Ma non ditele che è stata una ragazza fortunata: “Non c’è fortuna senza dedizione, sacrificio, sudore!”.
Diciamo pure che il primo imprinting della moda l’ha ricevuto dalla famiglia…
“I miei genitori già lavorano nella moda, sono tutt’ora i titolari delle tre boutique Benny’s
a Rimini. E mia madre avendomi avuto molto presto, a vent’anni, mi portava sempre in giro con lei, nei viaggi tra Milano e Parigi e ogni volta che mi chiedeva di accompagnarla per me era come se mi facesse un regalo. Tutt’ora la seguo per il negozio e l’aiuto negli ordini”.

E la formazione scolastica che ruolo ha avuto?
“Ho seguito questo mio lato artistico frequentando il liceo artistico Giovanni da Rimini ma se tornassi indietro non lo rifarei e non lo consiglierei nemmeno a mia figlia. Poi è arrivata la facoltà di architettura… mio padre più di tutti ha pressato perché prendessi quella strada e ora non posso non ringraziarlo per avermi dato l’occasione di avere una formazione trasversale”.

E come si arriva dall’architettura alla moda?

“Finita l’università ho iniziato a lavorare con delle amiche mettendo su uno studio a Rimini e da lì prendevamo i primi lavori architettonici, di ristrutturazione d’interni ma con il tempo mi sono accorta di avere una spiccata dote per le pubbliche relazioni. Poi un cliente, con diverse boutique sul territorio, mi chiese una consulenza globale architettonica e di tutta l’immagine con piena libertà sul piano creativo… gli piacque molto il mio stile”.

E fu sempre lo stesso cliente a farle mettere in piedi una mini collezione…

“Aveva notato il mio stile e mi chiese di fare una collezione per i suoi negozi. Al tempo io non avevo nessuna preparazione tecnica, non sapevo nemmeno cosa fosse un carta-modello e così un laboratorio sartoriale di Rimini mi affiancò. Io portavo idee, schizzi delle mie intuizione e la signora le metteva su carta. I capi ebbero subito un gran successo e mi vennero richiesti altri lavori e da lì ho capito le potenzialità”.

Ai tempi del debutto risale anche la sua amicizia con Federica Panicucci, com’è nata?

“Sì hai tempi facevo pantaloni militari dipinti a mano e lei li vide in una boutique di Riccione e ne chiese uno per se, glielo feci con le sue iniziali sulla tasche. Ne rimase colpita e volle conoscermi. Così è iniziata una lunga amicizia”

Quando ha capito che avrebbe potuto farcela ad alti livelli?

“Per me il successo è arrivato subito… . Dopo la mini collezione ne preparai un’altra da sessanta capi e li proposi di persona ai clienti più importanti come LuisaviaRoma, Gaudenzi di Riccione, Jiulian di Milano Marittima e altri che accettarono subito con entusiasmo, facendo ordini e fin dalla prima stagione arrivò il consenso della clientela”.

Ma già si presentava come Jo no fui?

“Sì… ma dietro il nome non c’è nulla di poetico, semplicemente era un marchio già registrato dal mio fidanzato e quindi mi sembrava la soluzione più veloce”.

Ricorda la sua prima sfilata milanese?

“Come no! Era il 2007 e c’era un’emozione pazzesca, non solo perché era la prima volta ma poi perché non avevo esperienza, ma ricordo che al termine tanta gente si complimentò e mi incoraggiò a continuare”.

Bé, dall’ora la Jo No Fui è decollata e oggi fa parte a 360° del panorama della moda Made in Italy. Ma quanto costano i risultati raggiunti?

“Costano impegno, dedizione, sacrificio e ogni lavoro a certi livelli richiede questo.
Quando alcune amiche di dicono: ‘Ma tu sei fortunata’ rispondo che la mia fortuna me la sono costruita, sudata, guadagnata con sacrifici; quando ho iniziato a pensare di voler fare questo mestiere avevo ventisette anni e nessuno mi ha appoggiata, nemmeno a livello economico. E invece di andare in giro per le discoteche della riviera romagnola, lavoravo venti ore al giorno, è capitato di non dormire, non mangiare e facevo tutto io, la fortuna c’è quando si incastrano certe coincidenze… ma per il resto bisogna lavorare sodo”.

Ma è vero che la sede della Jo No Fui riminese è un vecchio mulino ristrutturato da punk?

“Sì quella sede nasce nel 2005. Ho preso questo spazio a Rimini Nord ereditato dal creativo Paul Harvey e sua moglie e proprio lei mi ha indicato la comunità punk sul Marecchia che ha rimesso a nuovo il vecchio mulino… si tratta di giovani creativi davvero forti”.

Nonostante un successo internazionale, Rimini rimane la sua casa…

“Sì, la casa a Rimini che io stessa mi sono progettata è il luogo in cui amo di più stare e poi è proprio sul mare. Vivo molto di più la casa che la città… mi piace organizzare cene con gli amici e spesso quando sono qui diventa un porto di mare senza troppe convenzioni”.

E se anche sua figlia decidesse di entrare nel mondo della moda?

“Non mi piacerebbe per niente… da quando è nata a oggi, Allegra è sempre stata con me e non posso dire di non averla influenzata… è una bambina socievole, espansiva ma per lei sogno un ambiente meno effimero di quello della moda dove se non ha un tuo equilibrio radicato, un carattere forte è difficile sopravvivere”.

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